Reading List

Tuesday, July 31, 2012


bigodini

Ero a casa, a pensare ai grandi scrittori che non avevo potuto conoscere.
Brecht era morto da un pezzo. Se ne stava sotto terra a Berlino.
Garcia Lorca non ne parliamo. Carver e Wallace lo stesso.
Il mondo dei morti era affollato ed interessante.
In tivù LA7 parlava di politica ventiquattr’ore al giorno senza dire niente.
Era tutto così sterile e polveroso. Aria imprigionata in una busta sigillata per vent’anni.
Poi ho pensato che non fosse il caso di piagnucolare. Qualcuno vivo doveva esserci.
Ma dovevo muovermi io. In tivù non ce ne sono. Nessuno te li porta a casa con il corriere Bartolini.
Era il momento. Qualcuno ancora vivo tra i non morti c’era. Ed io sapevo anche dove. Ho acceso il computer e fatto una domanda per l’estero. Ho detto a tutti che avevo una gran voglia di lavorare a Cracovia
ovviamente a zero euro
perché questi sono i tempi infami in cui viviamo
e ovviamente mi hanno preso. Non penso ci fossero molti pretendenti per un posto a zero euro in Polonia. Sono arrivato e niente mi interessava se non il registro degli indirizzi. Il sedici settembre avevo già preso l’indirizzo e il giorno dopo ero in marcia verso casa sua.
C’era questo grande cortile ed io sapevo che l’interno era il 14 ma non volevo piombarle in casa, piuttosto poterle dire grazie guardandole gli occhi.
Spiegarle in inglese – italiano – polacco quanta forza mi ha dato mentre soffocavo perché tu eri morto un giorno in autunno
e nemmeno mia madre aveva fatto tanto
ero lì a pensare a questo quando sentii lo scatto di una porta.
Dal terrazzino al primo piano una signora in vestaglia mi sorrideva gentile. Mentre lo faceva mi scavava negli occhi. Aveva i capelli bianchi e il cielo era plumbeo
e i corvi stavano tutti a becco aperto
e il suo sguardo era l’unico rumore di Cracovia
era simpatia forza armistizi maratone rinascimenti
e anche qualcos’altro che ho ancora dentro e non so scrivere.
Avrei voluto dirle qualcosa ma non si poteva. Ricordo che vidi me stesso farle un inchino e lei poco dopo rispondermi con lo stesso gesto.
In lontananza c’era la sirena di un’ambulanza
i corvi gracchiavano
i cani ululavano mentre ero in Polonia
e la poetessa Szymborska sembrava d’accordo con me su qualcosa
e questo mi dava ancora sollievo
poi chiuse la tenda e andò via per sempre.
Pochi mesi dopo ero di nuovo in Italia a non fare niente quando mi hanno chiamato e così ho saputo che era morta nel sonno.
Ero al bar. Ricordo di essere uscito per strada.
C’era una vecchia che stendeva i panni.
Mi guardava in cagnesco sotto un casco di disgustosi bigodini rosa.
Sempre diffidenza carta vetrata fucili spianati e disillusione
ad ogni angolo
a cercare di intaccare il mio ottimismo e ancora non ce la fanno ed è un’impresa.
Ripensai alla leggerezza della poetessa Wislawa,
all’ironia che ci salverà tutti quanti
- salvo guerre e asteroidi -
e non solo dimenticai che eri morto
ma riuscii a sorridere a quei malefici capelli
a farle un inchino e a tornar dentro.

(marco)

Monday, July 23, 2012


strano

La parola più adatta al mondo è strano
strano vederti una volta al mese
e nel frattempo fermare il respiro
strano lavorare senza essere pagati
e dover ringraziare tutti per il bel gesto
strano è stato dirvi addio e non ciao
ho ancora i vostri numeri di cellulare
guai a chi li tocca

(marco)

Saturday, July 14, 2012


senza lieto fine

cosa ne sapevi tu
di tutti gli improvvisi autunni delle nostre storie
tu lo abbracciavi solo stretto
come avresti potuto fare
per altri cinquant’anni
o magari sarebbe finita male
– esistono anche gli inverni –
ma cosa ne sapevi tu
che non avresti mai potuto scegliere
in quale stagione vivere
tu lo immaginavi solo in estate
ma il tempo delle stagioni
ha improvvisamente virato verso il tragico

(marco)


Nota dell'Autore

Quello che avete letto è un romanzo che riguarda alcune persone che sono state punite eccessivamente per quello che hanno fatto. Volevano divertirsi, ma si comportarono come quei bambini che giocano per strada, che per quanto possano vedere come ciascuno di loro, l'uno dopo l'altro, rimanga ucciso, travolto, mutilato, annientato, non per questo smettono di giocare. Per un certo lasso di tempo noi tutti siamo stati per davvero felici, seduti qua e là senza faticare, semplicemente cazzeggiando e giocando. Ma questo lasso di tempo è stato terribilmente breve e la punizione che ne è seguita è stata al di là di ogni immaginazione; e anche quando infine la vedemmo abbattersi su di noi, non riuscivamo a crederci. Per esempio, mentre stavo scrivendo questo libro ho appreso che la persona su cui ho modellato il personaggio di Jerry Fabin si era suicidata. L'amico, da cui ho tratto le caratteristiche del personaggio di Ernie Luckman, è morto prim'ancora che cominciassi il romanzo. Per un po' di tempo io stesso sono stato uno di quei bambini che giocano per strada; come tutti loro, cercavo semplicemente di giocare invece di fare l'adulto, e sono stato pulito. Io sono nell'elenco che riporto più giù, che è l'elenco di coloro ai quali è dedicato questo romanzo, con tutto quello che di loro è avvenuto.L'abuso di droga non è una malattia, è una decisione, come quella di sbucare davanti a un'auto in corsa. Questa non la si definirebbe una malattia ma un errore di valutazione. Quando un certo errore comincia a essere commesso da un bel po' di persone, allora diviene un errore sociale, uno stile di vita. E in questo particolare stile di vita il motto è "Sii felice oggi perchè domani morirai"; ma s'incomincia a morire ben presto e la felicità è solo un ricordo. In definitiva, allora, l'abuso di droga è soltanto un'accelerazione, un'intensificazione dell'ordinaria esistenza di ciascun uomo. Non è differente dal tuo stile di vita, è semplicemente più veloce. Tutto avviene nel giro di mesi o di settimane o di giorni, invece che di anni. "Prendi i contanti e lascia andare i crediti", diceva Villon nel 1460. Pensarla così può essere un errore, se i contanti sono un soldo e i crediti una vita intera.Non c'è una morale in questo romanzo, non ve n'è di certo una borghese. Non vi si dice che va considerato sbagliato il fatto che loro giocassero invece di faticare; si raccontano semplicemente quali sono state le conseguenze della loro scelta. Nel teatro greco si cominciò, in ambito sociale, a scoprire la scienza, il che vuol dire la legge di causa-effetto. Qui, in questo romanzo, agisce dunque la Nemesi: non il destino, perché ciascuno di noi avrebbe potuto scegliere di smettere di giocare per strada, ma, così come avrete potuto evincere da questa narrazione sorta dalla parte più intima della mia vita e dei miei affetti, una terribile Nemesi per tutti coloro che hanno continuato a giocare. Io stesso non sono un personaggio di questo romanzo: io sono il romanzo. Tuttavia, così appariva la nostra nazione in quel periodo. Questo romanzo riguarda molte più persone di quante ne abbia conosciuto personalmente. Di alcune di loro, noi tutti abbiamo letto qualcosa sui giornali. E' stata, quella di starsene seduti qua e là con i nostri amiconi a cazzeggiare e a registrare le stronzate che dicevamo, la decisione sbagliata di un intero decennio, gli anni Sessanta, sia dentro sia fuori dal sistema. E la natura ci è rovinata addosso. Siamo stati costretti a smettere da cose terribili. Se queste persone hanno commesso un "peccato", è stato quello di voler continuare a divertirsi per sempre, e sono state punite per questo; ma, come ho già detto, se si tratta per davvero di una punizione, sento che è stata eccessiva. Pertanto preferisco pensare a ciò soltanto alla maniera del teatro greco, vale a dire in termini moralmente neutri, come pura scienza, come rapporto deterministico e imparziale di causa-effetto. Li ho amati tutti. Questo è l'elenco di coloro ai quali dedico il mio amore:


A Gaylene, defunta.
A Ray, defunto.
A Francy, psicosi permanente.
A Kathy, disturbi cerebrali permanenti.
A Jim, defunto.
A Val, gravi disturbi cerebrali permanenti.
A Nancy, psicosi permanente.
A Joanne, disturbi cerebrali permanenti.
A Maren, defunta.
A Nick, defunto.
A Terry, defunta.
A Dennis, defunta.
A Phil, disturbi permanenti al pancreas.
A Sue, disturbi vascolari permanenti.
A Jerri, psicosi permanente e disturbi vascolari.

... E così via. In memoriam. Questi sono stati i miei compagni; non ce ne sono di migliori. Restano nella mia memoria e il nemico non sarà mai perdonato. Il "nemico" è stato il loro errore durante il gioco. Che possano tutti loro giocare ancora, in un qualche altro modo, e che siano felici.


(Philip K. Dick - Un Oscuro Scrutare)

Friday, July 6, 2012


mentre dormi

mentre dormi mi ricordo di non dimenticare di non svegliarti ed entro piano, scalzo, mi faccio strada con gli stinchi con coraggio mentre tu hai preso ogni contromisura per i combattimenti con la notte che intraprendi ogni sera. la tapparella chiusa ermeticamente e la mascherina sugli occhi a proteggerti dalla luce. i tappi per le orecchie a proteggerti dalle mie presunzioni di sonno. la sciarpa fin quasi a luglio a proteggere il tuo collo lungo che potrebbe guardare cosa ho in fondo all'esofago e lo fa, tu non lo sai ma ogni tanto lo fa, mi fa pure il solletico. le calze a proteggere i piedi, perché sono le estremità che ci fregano, le cose che stanno in cima e in fondo, come i posti di lavoro e le prime case dalla parte opposta di roma. tipo roma, che non significava niente prima di te, prima di te c'era solo un quartierino dove io facevo il ras ed era bello eh, ma non come ora. quante rocce hai messo nel mio acquario. hai costruito nel mio cuore una specie di enorme cantiere della metro e ci hai messo dentro tutta la città e quanto sei stata svizzera nei tempi di costruzione. quando alzo la testa è buio nella stanza ma non abbastanza per non avvertire la tua armatura resistere alla notte, resistere alle intemperie, la tua armatura che io ogni tanto sono riuscito ad ammorbidire. vorrei metterti un'altra coperta, un'altra sciarpa, un'altra mascherina, altri tappi, altri accessori per la tua sicurezza notturna come ad esempio fare la guardia al tuo sonno giocando con i pupazzi che mi hai regalato. e mentre lo faccio mi viene da scriverti che questo amore è qualcosa come cioccolato che bolle in una pentola, qualcosa che dallo stato solido va a quello liquido, a quello gassoso e agli altri che Stephen Hawking non ha ancora scoperto, si modifica sempre e si stiracchia come gli elefanti sudati del bioparco e non riesco a dargli una condizione stabile ma solo un bacio sull'unico quadrato di pelle esposta ai pericoli della notte, quella notte che verso le sei come al solito si arrende mentre dormi.

(marco)

Wednesday, July 4, 2012


La tua bellezza

Ti piaceva catturare le immagini di mondo
dovunque andavi ed eri fatta di luce,
mi ricordavi sempre che la bellezza si nasconde
dietro gli angoli che non ci va di esplorare,
provandomi che esistono un milione di opportunità.

Non facevi altro che mostrarmi la bellezza
ed eri bella tu,
ma non come si può pensare
secondo le regole ed i canoni
che rendono la bellezza cosa facile, credibile,
eri incredibilmente bella.

Vi erano momenti in cui ti sforzavi
di raccontarmi ciò che avevi visto,
di mostrarmi le tue foto
anche e forse soprattutto quando il mondo
era apparso sbiadito proprio a te
e ci riuscivi nonostante tutto;
Ed io che ero ancora molto ingenuo
e di foto non ne avevo mai fatte
ti chiedevo cosa fosse, una camera oscura.

Giulio

Monday, July 2, 2012


guanti

Maledette domeniche
Di stupide guardinghe zoppicanti farfalle
E tu
Ad incrociare le dita giù nei paesi bassi
Maledette domeniche
Solitarie con me in cucina assolata ed incrostata
E tu
Ad allagare le aule magne del mio cervello
Maledette domeniche
Di sangue e ragnatele e persone scomparse per molto
Ed io
Con i guanti per conservare il dna della tua ultima carezza

(marco)

Friday, June 29, 2012


Economia e gestione della tecnologia  e dell' innovazione

Ero di fuori a studiare, in veranda, su quel tavolo di legno che non ho mai capito perchè era fatto a fasce, e non costruito con una tavola di legno intero, poggiata sulle quattro gambe, come tutti i tavoli che si rispettino, o almeno quelli che rispetto io.
Il problema di quel tavolo è che era poco adatto a mangiare, perchè anche se ci metti una tovaglia su, e ci poggi le cose, come le bottiglie, hanno un equilibrio precario poichè è molto probabile, anzi ancor di più quando c'è una tovaglia, che tu le poggi proprio dove c'è la fessura tra due tavole e quindi nel caso delle bottiglie, guai a lasciarne una aperta. Non si contano le bottiglie di Coca ci si sono rovesciate alle mie varie feste di compleanno. Il design molto spesso uccide la funzionalità, ma tanto a loro cosa gliene fotte, è cool.      Per studiare invece è fastidioso perchè se ci poggi la matita, soprattutto quelle che non sono della Fila, che quelle sono esagonali e spigolose e dunque non rotolano facilmente, devi stare bene attento a che una botta di vento non la faccia cadere giù per una delle solite fessure. Insomma è proprio un tavolo del cazzo, mette ansia.
  Comunque di studiare non se ne parlava, ero più distratto del solito. Ogni cosa mi rubava l'attenzione per restituirmela quando le pareva a lei. Ad un certo punto degli spari di fucile mi regalarono un'immagine che mi fece pensare. I pini che avevo di fronte erano pieni di uccelli che io non avevo visto proprio fino a quegli spari. Difatti, a quei suoni prepotenti, vidi elevarsi  in volo almeno un centinaio di uccelli, tutti quanti scappati verso chisà dove, e chisà poi se si sarebbero riincontrati Chisàdove. Dei suoni emessi in lontananza da un sofisticato attrezzo costruito per mezzo dell'igegneristica umana che sarà stato lungo massimo un metro, avevano condizionato, il momento, la quiete ed il ritrovo di un centinaio di esseri viventi che spaventati, appunto dal  solo rumore erano fuggiti nel giro di un secondo, anche i più temerari. Mi chiedo cosa ne sapessero tutti quegli uccelli del rumore che fa un fucile, dato che non credo che abbiano la tv, e quindi che abbiano mai visto un western. Semplice mi dissi, forse è un suono del tutto contro natura, è un suono meccanico, come ho già detto, prepotente, e dunque, li induce ad avere paura.
 D'altro canto tutto quanto abbiamo costruito, noi cari uomini, con la nostra arte della meccanica, dell'ingegneria,nell'ottica del progresso, ha il carattere della prepotenza, così il tavolo di cui ho parlato prima, così quel fucile. L'arma poi è nella sua paradossale essenza, costruita per distruggere; è l'emblema della prepotenza. Molti di quelli che consideriamo successi sono una dannata forzatura e rappresentano uno sconvolgimento delle leggi della natura, la civiltà stessa lo è.  Gli spari di fucile e la fuga degli uccelli erano emblematici, a questo punto.
   Ora non vorrei sembrarmi un S. Francesco di turno ma questo mi aiuta a capire il comportamento delle persone  anche nei confronti delle persone stesse. La prepotenza è insita nella figura dell'uomo, nel suo percorso, e nella civiltà, la schifosissima civiltà, a detta di tutti creata perchè prepotenza non vi possa essere .   Non credo ci sia da stupirsi se qualcuno cerca di sopraffarci. Se non lo fa  o è perchè non ne ha le armi o perchè non è un uomo. Cosa è allora? una specie di Angelo, lì dove la concezione di Angelo è del tutto svincolata da qualsiasi dogma cristiano. Un angelo allora è un uomo che non conosce prepotenza. Ho sempre pensato al cristianesimo come una grossa balla, però capace, a suo modo, di trasportare, come potrebbe fare una corrente filosofica, dei messaggi. Il cristianesimo è una corrente filosofica.

 - Chuck Norris ha scritto delle specie di tavole,dei comandamenti, una specie di codice d'onore, pieno zeppo di significato, e tutti lo conoscono per il karate o per le barzellette -

Certe volte anche io mi sento indifeso come quegli uccelli, al punto che l'arrivo dell'uomo rovina la mia quiete, la mia serenità e  mi fa venire voglia di scappare, lontano dalla civiltà. Certe volte anche io percepisco con forza la sua prepotenza. Certe volte, infatti, scappo.
   Ora però credo di aver "perso" abbastanza tempo,almeno 20 minuti.  Devo rimettermi prepotentemente a studiare questa roba, su questo cazzo di tavolo meccanico. Il prossimo capitolo mi ispira un sacco: "Dinamica industriale e relazioni tra imprese".

Giulio


Il discorso armonico di Re Sassofono

Che tutto questo diventi musica disse il primo Re senza spada, l' Imperatore di un Popolo che non aveva capito ancora dove andare. Che tutto questo non sia frastuono e guerra, che abbiate ben presente la parola Armonia in ogni vostro gesto, che sappiate dare il giusto tono all'azione, a ogni vostra singola azione per poter raggiungere il  soave a livello corale. Ci son da capire le basi di una buona armonia innanzi tutto, anche se ho fiducia nel fatto che siete degli ottimi improvvisatori, che avete un ottimo orecchio, abbiate l'umiltà che porta all'autocritica costante, non quella oppressiva, quella costruttiva.
Il vostro orecchio vi permetterà di rendere il suono piacevole agli altri e voi stessi e nel contempo di capire quando state sbagliando nota, quando c'è bisogno di rifare, quando c'è bisogno di esercitarsi di più, quando c'è bisogno di maggiore attenzione. L'importante, la chiave di lettura, miei cari, è l'Armonia. Le voci fuori dal coro prima o poi verranno riconosciute e purtroppo non potranno più farne parte; i silenziosi, coloro che non cantano o lo fanno con voce troppo bassa, per paura, essi stessi se ne escluderanno perchè non troveranno più un senso nel cantare in un coro. Coloro che vogliono spiccare e con la loro voce coprire anche solo quella di chi gli sta a fianco saranno, ahimè, prontamente puniti dalle leggi del suono, poichè nessuna voce, nessuna può essere troppo forte a scapito di un'altra nel mio Regno. So che non è facile cantare in un coro, so che è molto più difficile che cantare da soli, che abbisogna di attenzione ad una molteplicità di fattori in più, ma sono fiducioso in voi;  io sarò il vostro direttore: via darò il tempo, vi avvertirò quando state stonando, quando state cantando troppo forte e, cosa forse più impegnativa di tutte, darò voce a chi non l'ha.

Giulio

Tuesday, June 26, 2012


Una Storia Vera

Ricordo che ero solo un ragazzo
occhiali tondi ricci lunghi testa grossa
e pure il diastema
e le margherite ancora solo fiori ai miei occhi

ma Lello già esisteva
passeggiava onesto per la città
una rete a stringere il pallone
ed un paio di scarpe adatte ai prati verdi

Lello era un attore e pure bello
uno di cui innamorarsi in agosto
ma aveva perso l’equilibrio
e nessuno a dargli una mano per rialzarsi

Seguitava allora passeggiando
con la rete e la sua palla
cercando solo buoni compagni di calcio
in questo infame desolante viaggio

trovando solo sputi e derisione
in questo infame desolante circo
di uomini raffreddati dalla routine
a ridere della sua bellezza

E chi dimentica come questa gente lo trattava
Ogni adulto diventava un professore
alle prese con un ragazzo da quattro soldi
che non diventerà mai amministratore delegato della fiat

poveri, stupidi uomini biodegradabili
schiavi agonizzanti lucidando piante e lavando macchine
a brucare il terreno a cambiare il filtro dell’aspirapolvere
e ignorare uno come Lello

Non parliamo dei bambini poi
Crudeli come solo loro sann’essere
peggiori degli adulti
nel sentimento escludente

per quell’uomo dallo sguardo dolce
come l’amore che un tempo provò
ora evaporato per sempre
come la speranza che un tempo riposi

Nonostante la mia complicità
ricordo che non mi sembrava giusto coprirlo di scherno
abortire un uomo inerme
come solo pazzi e lumache sanno essere

ma comunque conta solo ciò che si fa
e non feci nulla.
ancora non mi era consentito
seguire la verità di Lello

Ora che sono diventato uomo
e sento di poterlo aiutare
Lello è morto per sempre.

Ci sono uomini e uomini,
momenti e momenti,
ritmi e ritmi.

(marco)

Sunday, June 24, 2012


La leggera indisposizione del neosindaco (parte prima)

Era il primo sindaco donna della Capitale e lo era da meno di un’ora.
Nonostante tutto si era barricata in ufficio con un litro di caffè a guardare dalla finestra la folla che la acclamava.
Ad ascoltare quegli inni preconfezionati.
A chiedersi cosa avrebbe fatto dal giorno dopo.
Era il neosindaco e da quando poco più di dieci minuti fa lo era diventato si era barricato nel suo studio al Campidoglio. Non faceva entrare nessuno, né alcun suono sembrava provenire dall’interno. Dalla finestra poteva vedere e sentire la folla acclamarlo e riporre in lui le residue speranze di rinnovamento di questa città di duemila anni fa. Aveva paura, il neosindaco. Non aveva lo straccio di un programma, ma era riuscita a spuntarla lo stesso. Era riuscitA, sì, non ho sbagliato a scrivere. La capitale d’Italia per la prima volta aveva eletto un sindaco con una coppia di cromosomi x e nient’altro. Probabilmente un gran numero di individui si sarà lasciato conquistare dalla retorica del cambiamento e della strumentalizzazione del sesso del neosindaco. Avrà portato l’anziana madre a votarlo convincendola della bontà dell’operazione. Il neosindaco adesso vorrebbe avere al suo fianco questo elettore medio. Desidererebbe con tutto il cuore lasciarsi convincere anch’ella dalle ottuse certezze del signore, ma non era possibile. Non aveva lo straccio di un programma. Il bilancio comunale era non rosso, di più, era Dario Argento. Aveva ottenuto quello che aveva cercato, ma ora si trovava su un’isola.
In questo istante erano passati quindici minuti – il tempo non fa sconti, non è che puoi andare a corromperlo promettendo il posto all’ATAC per suo figlio oppure i biglietti per l’aesseroma nella tribuna d’onore piena di teppisti, non puoi farlo al tempo, il tempo è solo un rubinetto e se ti distrai e non nuoti rischi di affogare nelle occasioni perdute – e il neosindaco sedeva dunque nel suo studio a luci spente. Le urla dei suoi sostenitori a cercare di entrare attraverso i pesanti doppi infissi. E un po’ ci riuscivano se è vero come è vero che ogni volta che il motto NEOSINDACO FATTI VEDERE!   raggiungeva il picco di decibel – e questo accadeva all’incirca all’altezza delle sillabe NE e DE – i suoi occhi si staccavano dalla tazzina di caffè muovendosi per qualche secondo nella stanza. Era una specie di ipnosi da potere in cui era caduto vittima. Uno strano incantesimo che le consentiva di focalizzarsi su un unico pensiero: la sua assoluta sensazione di impotenza davanti alla potenza, adesso che era riuscita a raggiungere il Campidoglio. In ogni caso aveva stretto mani per settimane ed elargito sorrisi a sconosciuti per troppo tempo per non sfruttare queste occasioni.
Il Segretario del Partito aveva le chiavi, le chiavi di tutto. Di conseguenza, anche quelle della stanza del sindaco. Era entrato senza bussare e le aveva subito ordinato di scendere a raccogliere “l’ovazione che meritava”. Ma cosa aveva fatto per meritarla? Aveva parlato quattro volte in pubblico, ripetendo meccanicamente quei cinque-sei concetti base che aveva mandato giù a memoria ben presto. La sicurezza, le tasse, gli immigrati, i giovani, le promesse. Aveva semplicemente mantenuto un minimo di educazione e contegno attorno alla sua immagine – ma non nei suoi discorsi prestampati – e l’imbarazzante tracollo del candidato della sinistra, finito martedì scorso in mutande sul settimanale scandalistico, aveva fatto il resto. Chiunque avrebbe vinto, chiunque. Ma era toccato a lei perché quella considerata più estranea a quella classe politica. Quella meno problematica, pure. Ed ora il Segretario le intimava di scendere in piazza a raccogliere quell’ovazione gratuita e sinistra, direttamente proporzionale al futuro di dissesto che aspettava lei e Roma tutta.
Stava iniziando a girarle la testa. Quando lo aveva comunicato a quello che ormai era il suo padrone, il Segretario aveva prima mostrato i denti, poi era diventato improvvisamente dolce e premuroso. Le aveva detto di prendersi tutto il tempo che voleva, di riposare qui sul divano. Lui le avrebbe fatto portare delle aspirine. E magari un panino con gli asparagi e dei peperoni. Tra qualche ora sarebbe sicuramente stata meglio, via. Intanto lui avrebbe convocato i giornalisti tutti. Prima quelli di Demiaset, ovviamente. A loro avrebbe fatto fare anche qualche foto, magari. Avrebbe detto che il neosindaco era rimasto così colpito dalla vittoria elettorale che aveva avuto un leggero mancamento. La sua commozione per la realizzazione del sogno della sua vita era troppo forte. Un leggero eccesso di felicità l’aveva messo KO per qualche ora. Questo, sosteneva il Segretario del Partito, testimoniava di per sé il grande attaccamento alla causa del neosindaco. Il neosindaco amava Roma. L’avrebbe resa un posto migliore, non appena la pressione sanguigna sarebbe risalita. Non appena la pressione della gente sarebbe calata.
Dopo queste parole la folla – se possibile – era diventata ancora più ingombrante e rumorosa, e i fascisti nella fontana di Trevi avevano ormai le dita rugose come il loro cuore. Il buio scendeva su Roma.
E mentre scendeva il neosindaco sedeva sul divano accusando questo malessere da poco. Quando era bambina, a volte passava il termometro sul termosifone e poi si misurava la temperatura che puntualmente era scabrosa. Ma la madre non ci cascava mai e la mandava puntualmente a scuola. Una mattina però aveva un’interrogazione che proprio aveva paura di affrontare. Matematica. Sapeva che il trucco del termometro non avrebbe funzionato e allora si alzò dal letto, si arruffò ancor più i capelli e disse a sua madre che aveva un enorme mal di testa. Un macigno sulla fronte. Era la prima cosa che le era venuta in mente, una mossa disperata in cui non riponeva alcuna speranza. Ma non era la prima volta che una situazione senza speranza si tramutava in un assurdo exploit e, visto il recente esito delle elezioni comunali, non sarebbe stata nemmeno l’ultima. Ad ogni modo sua madre aveva sgranato gli stessi occhi cerulei del Segretario del Partito e le aveva regalato le stesse premure. La stessa accondiscendenza. E ce l’aveva fatta. Aveva passato una giornata meravigliosa a casa con il cane Lillone tutto per sé ed era finita lì. La madre l’aveva chiamata dal lavoro per sincerarsi delle sue condizioni. Lei l’aveva rassicurata mentre sgranocchiava le patatine. Tutti quei bei cartoni alla tv, quegli eroi che volano alti nei cieli e non hanno bisogno di nessuna maggioranza relativa e nessun accordo in Transatlantico, tutto così semplice e impossibile, e i cartoni del latte, e i cartoni del succo d’arancia e la carta delle brioche. Il mondo era bello e soprattutto era così semplice, così facile ed impossibile.
La vera grande differenza tra il presente e quel bel ricordo non era tanto quella che intercorreva tra l’interrogazione di Matematica e l’enorme buco nel bilancio della capitale. Non era tanto che, tra gli altri, centinaia di energumeni rasati a zero inneggiavano a lei dall’interno di una rassegnata fontana di Trevi. La differenza più dolorosa era che adesso era notte e Lillone non c’era più e con lui i cartoni alla tv e le telefonate della mamma per sapere se andava tutto bene. Difficilmente quella giornata meravigliosa avrebbe avuto un remake. Il giorno dopo il mal di schiena l’aveva svegliato ben oltre le nove del mattino. I giornali ancora enfatizzavano la sua vittoria a sorpresa, il suo saper superare le avversità ed il suo capire i bisogni della gente e tante altre frasi che non si capiscono, e giù tutti a preoccuparsi per la sua testa, e giù tutti a scorticarsi le mani per applaudire il nuovo capo di Roma. Si era alzata, con quel tailleur che non era proprio il miglior pigiama del mondo e la testa pulsava ancora a ritmo di quei maledetti slogan di ieri.
                       
   NEOSINDACO FATTI VEDERE! NEOSINDACO FATTI VEDERE! 

La tazzina di caffè che ieri tremava ad ogni vibrazione del terreno come quel bicchiere d’acqua di Jurassic Park e la paura, anche se aveva una natura diversa, in fondo era la stessa. La paura di qualcosa di ignoto e pericoloso che era arrivato. Atene ormai bruciava da un pezzo sotto i colpi della speculazione globale. I neonazisti l’avevano quasi conquistata, stavano per piazzare le mine antiuomo lungo i confini, occorreva rassegnarsi. La testa le pulsava, faceva il rumore che fanno gli amplificatori difettosi.

(marco)

volevo parlarti di piero e vittoria / infezione

un film degli anni sessanta alain delon si chiamava piero monica vitti? vittoria c’erano le albe già i tramonti c’era mio padre in c...