Reading List

Monday, January 19, 2026

disertare

trovare le parole
per arrendersi alla vita 

restituirla così com'è 
abolirla dal domani 

incontrare una donna in aeroporto 
ricevere un "ciao" pieno di luce di calore 

darle un piccolo regalo
dirle solo "non chiedermi perché" e poi fuggire

disertare la vita 
per eccesso di passione

fingere che non esista
trascurarla come una patologia 

Tuesday, January 13, 2026

nausea / mouvement de terre

 Malleh
Marrakech
11/01/2026


donne bellissime

donne bellissime dai capelli nero pece

un pozzo scuro un bunker marocchino

in cui perdo la chiave muoio di fame


nel quartiere Malleh

cumuli di macerie tutt'intorno

e ricompare quel mattino all'improvviso

un autolavaggio in centro europa

a lavare via graffi e dolore

quella risata rauca impacciata

che riempiva i tuoi polmoni 


poi di nuovo le macerie

cinque gatti si strusciano ai miei piedi

senza questa nausea nemmeno capirei

se questo mondo ancora mi contiene


il guardiano del museo ripete

le mouvement de terre

le mouvement de terre

come per tenermi lì con lui

anche se non voglio

come se, a furia di nominarla,

la realtà diventasse più accettabile

Wednesday, October 29, 2025

Ambaradan - tra quelle dieci dita

Ambaradan è un termine che indica un insieme disordinato di cose. Si presume derivi dalla battaglia di Amba Aradam, in Etiopia, nel 1936. Uno dei principali crimini di guerra italiani. 

per adam pollo e j.m.g. le clèzio


mentre mi parli delle tue vacanze

io mi tiro fuori l'anima 

le tolgo un po' di polvere mi illudo di pulirla 


forse 

tutto questo dispiacere

potrei ancora sfruttarlo a mio favore


prendere altre piante, cactacee, carnivore

palme che purificano l'aria

roba che mi dia una mano a respirare


muoversi sovrappensiero per il mondo

scambiare quei capelli per i suoi

la parola chiave?  "deludente"


apro gli occhi sul pavimento colmo di insetti

dell'ospedale del mio paese

che sete ho!


a furia di muovermi per il mondo

mi sono cucito le labbra

con spago marrone 


quando brucia, la pelle come il mondo si ritrae 

tra quelle dieci dita senza smalto

mi si è sdrucita l'anima


eppure ancora dico 

tutto questo dispiacere 

potrei sfruttarlo a mio favore


farci una corda e arrampicarmi su un palazzo 

per vedere roma 

i suoi fiumi le sue distanze la sua lontananza


chili e chili di stare al mondo

parole aerei fogli di carta nascondigli favolosi

tutto questo ambaradan 


e ancora riesce sempre a trovarmi 

a erodermi a indurirmi

è questo il suo aspetto affascinante


non gli puoi sfuggire


Sunday, October 12, 2025

fentanyl

                            mattino

ho comprato un gioco per bambini

un elefante variopinto,

che stupenda parola, variopinto,


così piena di promesse


ho parlato con te

come se fossi nella stanza

uno chiedeva all’altro di descrivere


il rumore che fa il tempo mentre consuma gli uomini

 

ma non volevamo approfondire la questione.

ci siamo detti

è un romanzo di Barnes


l’angoscia di essere braccati

da forze i n v i s i b i l i  

accusati di crimini che non abbiamo commesso

 

l’unione sovietica la costruiamo con calma

ogni sera dentro di noi

adesso è più un tempo da fentanyl

un altro modo di chiamare

la stessa solitudine

 

abbiamo cercato altre parole per raccontarlo

il rumore di questo nostro tempo

l'ipotesi è che sia quello che accade alla mente

mentre la nostra pelle si macchia 


il nostro sguardo si vela

le speranze si     disidratrano

e inizi ad arrenderti 


                            pomeriggio

mi insegnano a usare un defibrillatore

in tasca ho una pietra liscia e un fazzoletto 

che vengono dalle tue parti

 

non aver paura di spezzare le costole

mi dice l'istruttore


io ho quarant’anni

questo è un dato incontrovertibile

sono da solo in questa stanza 

ma entrambi in questa stanza

possiamo dire di averlo saputo una volta 

che cos’è l’amore


questa è un po' una consolazione

un po' un dolore

di certo è un altro dato inconfutabile

che torna a trovarmi

 

mentre penso al tuo Paese

                 senza sbocchi sul mare

Monday, October 6, 2025

una vita come tante

ci sono frammenti di conversazioni, brandelli di espressioni facciali

piccoli episodi / sguardi ed espressioni 

pulviscolo atmosferico che fingo di non notare


e, tutto intorno, il rumore delle persone che siamo diventate


(togli le scarpe prima di entrare in casa 

proteggi i sedili della tua auto 

e pulisci ogni due giorni i vetri delle finestre)


nel mio piccolo paese potrei morire in un istante

non c’è più nulla. Nulla. Il vento ha spazzato via tutto.

solo pochi superstiti che guardano la strada dalle fessure delle persiane. 


(non fidarti di nessuno / vai in chiesa ogni domenica 

non prendere un cane, troppo impegnativo / 

una birra sotto casa e arrivi prima a letto)  


è stata una tempesta di vento a spazzarci via 

ci siamo rifugiati, come scarafaggi, in un anfratto

e abbiamo finito per abituarci


abbiamo arredato il nostro tugurio 

riponendo con cura su ogni mensola

tutti i sogni che non realizzeremo 


è finita che siamo rimasti soli 

nel nostro piccolo insignificante spazio

la natura lì fuori si rivela straordinaria 


ma noi non ce ne accorgiamo

mentre strenui continuiamo a difendere

il nostro squallido angolo di muro 



 




Thursday, September 25, 2025

nel rumore bianco / kelet

Lavoro per preparare una riunione. Scrivo un appunto per un uomo politico. Organizzo un viaggio intercontinentale. Chiamo un tecnico per risolvere un problema idraulico in casa. Porto il cane a fare una passeggiata. Ascolto musica. Rido con i miei amici. Dormo. Parlo di letteratura con altri appassionati. Mi commuovo guardando un cielo. Vado a fare la spesa al supermercato. Sono fermo ad un semaforo rosso. 

Questi sono alcuni dei momenti che ricordo in cui quel pensiero sale in superficie. Emerge e mi trafigge come un chiodo. Cerco rimedio nel cibo. In relazioni occasionali. Nella benedetta letteratura. Nella musica. Nei viaggi. Principalmente, lo cerco nelle mie stesse fibre muscolari. Nelle mie mani e nel mio cuore.

Non ci sono suoni tra le mie pareti e, tra le crepe del pavimento, potrebbe essersi infilato chissà cosa. Sento ancora qualcosa, però. Mi sembra quasi di vederlo, latente tra le prese elettriche. Tra il rumore delle posate che asciugo. Tra le voci dei passanti che si arrampicano alla finestra. Tra i milioni di esseri umani che scruto mentre guardo a est. Come quando, dopo averti amputato un arto ancora lo senti muovere, io ancora sento qualcosa, disperso nel rumore bianco ma chiarissimo. L'impronta del nostro dialogo. Quella traccia incancellabile rimasta sospesa nell'aria, che non può e non vuole andare via. 

È crepa che si fa voragine, e nuotando nell'aria si è fatto quasi ottobre /

Wednesday, September 3, 2025

Amburgo - l'estate del '43

Sono nato alla fine di un'estate 

in una città che nel '43 bruciava 


miliardi di metri più a nord 

negli stessi giorni Amburgo la imitava 


Amburgo che ha deciso di dominare l'acqua 

si è fatta selva di chiuse, canali e scrosci artificiali 


Amburgo che sembra sapere bene

che cosa è la solitudine 


si allinea così bene al mio dolore 

mi accompagna senza dire una parola 


è così che sono arrivato alla fine di un'estate 

e in qualche modo ho trovato il porto 


come sono simili a me 

tutte queste gigantesche navi


che non so quando partono né dove vanno

Thursday, August 28, 2025

kazakhstan - volarsi incontro

una interruzione

crepa tra collo e torace 
vibrazione del labbro inferiore

numero civico in paese straniero
una volta ci siamo volati incontro

leggono le tue parole in kazakhstan
le tue sillabe i tuoi concetti
il tuo dolore senza fine né colore

mi scuoti, insisti, fai cadere le mie foglie 

i dati dicono che le leggono in kazakhstan
e poi francia stati uniti irlanda germania regno unito
solo questa settimana

mi frammento su pavimenti stranieri
gocce di mercurio all’inizio dell’estate

c'è uno specchio in albergo 
guardo per ore i miei pori della pelle

scopro pieghe sul viso che ieri non avevo
ma tu continui a elencare paesi con la cappa

convinta di attenuare il dolore
come se, per una silenziosa regola del cosmo, 

sparpagliarlo in paesi esotici
possa attenuarlo in qualche modo 

Friday, August 22, 2025

Saper perdere (sovrappensiero)

 


 L’importante è parlare sempre come se tutto dovesse essere trascritto. Così si può avere la sensazione di come non si è liberi.

J.M.G. Le Clézio, Le procès-verbal (1963)


Leggero mal di testa, bruciore agli occhi, formicolio ai piedi. Le quattro e venti del mattino del 15 agosto 2025.

Siedo al mio posto e, da lì, do uno sguardo alla mia sinistra. Iran, Iraq, Irlanda, Israele.

Poi alla mia destra. Giamaica, Giappone, Giordania, Kazakhstan.

Delegati composti, delegati rumorosi, delegati spaesati. A sinistra come a destra, quattro Paesi più diversi non potevano esserci. I deputati israeliani non si sono presentati. Qualche volta, quando il mio posto era occupato da miei connazionali, confesso di essermi seduto lì, sulla sedia di Tel Aviv, per poter poggiare il portatile. Ogni volta che accadeva, iI delegato iraniano mi scrutava: devo ammettere che preferisco essere guardato da altri Paesi.

Come sono finito qui? mi chiedo mentre chiudo gli occhi per un attimo. Ma sono le quattro e venti del mattino e quell’attimo si dilata, si spalma lungo la mia coscienza e mi porta altrove.  

Mi compaiono davanti diverse immagini, sensazioni, odori.

Prima di tutto qualcosa, all’apparenza, intangibile. Il calore. Il calore piatto di un agosto interminabile, un soffitto invisibile che si abbassa sulle nostre teste. Cammino lungo la linea di un tram, la malinconia delle recenti sessioni – della Sud Corea fredda e piovosa e di quel suo mare che sembrava così, in qualche modo, ostile, pronto a ingoiarci tutti – sembra inquinare in qualche modo anche questa. Sarà davvero l’ultima? penso mentre mi riparo dal calore sotto una gigantesca sedia monca, di fronte ad un cancello e ad un viale pomposo. Che sia questa la fine, tragica e reale, del negoziato plastica? Un gruppo di persone chiede libertà per Ocalan, un uomo denuncia i talebani afghani: sono urla disperatamente inutili, impresse nella memoria come una macchia sul fondo oculare.

Come quando guardi il sole per un attimo e ti rimane la sua impronta, rossa come il sangue, sotto le palpebre.

Ma anche sotto la sedia si soffoca, e allora cerco di fuggire al calore entrando nel tram, che parte subito. Puntualissimo. C’è bright horses di Nick Cave in sottofondo mentre guardo scorrere la vacua, deserta Ginevra d’agosto, con la sua anima cronometrata e ben scandita.

Se Roma è nata da un fratricidio, Ginevra da cosa è venuta fuori?

Non si sa, ma io direi da nulla di così eclatante. All’improvviso si siede al mio fianco il delegato dell’Arabia Saudita, baffi bianchi sottili-occhialini leggeri. Sotto il gessato grigio indossa una t-shirt che dice “I’M CONFUSED” e mi sorride ma non vedo denti e dalla sua bocca si crea un vortice oscuro. Terrorizzato mi alzo di scatto, batto la testa su una maniglia di ferro ma non mi interessa e corro in fondo al tram, dove c’è una tenda rossa. La scosto e mi ritrovo dentro il Palazzo. Il Palazzo è un luogo che sembra avere una vita propria. È gigantesco, studiato per farti perdere fisicamente e mentalmente: le sale non sono collocate in ordine, c’è un groviglio di corridoi, uno spreco di spazio senza fine. Le finestre o non ci sono o sono troppo grandi ed entrano chili di sole. All’esterno ci sono forse tre panchine in tutta l’area, l’ombra è rara e se, per passare da un edificio all’altro, decidi di evitare gli intricati passaggi interni, sei condannato a lunghi viaggi sotto il sole. Ma non è la logistica quello che inquieta. Il punto è che è un luogo inquietante, ampio e dispersivo. Puoi vedere lobbisti, sauditi, russi e iraniani arrivare da lontano inesorabili lungo uno degli enormi corridoi, oppure trovarteli improvvisamente di fronte in una delle strette vie interne che portano alla caffetteria o alla sala del coordinamento europeo. Siamo in Svizzera, il che è, sostanzialmente, come non essere da nessuna parte. E questo Palazzo ti fa sentire proprio così, fuori dal tempo.

Ma torniamo ai miei occhi chiusi. La testa ancora mi pulsa. Sono nel Palazzo circondato da delegati di tutto il mondo. È tempo di negoziare. Uomini e donne che fingono di non capirsi e girano in tondo come elettroni e leptoni del CERN e, ogni tanto, come da programma, si scontrano. All’improvviso la sessione viene interrotta e capannelli di particelle di Nazioni diverse si accalcano in un punto della sala (realizzata, naturalmente, con i fondi del Qatar). Qualcuno prova a scattare una foto inutile. Il gruppo di delegati si scioglie, in molti annuiscono senza esser riusciti ad ascoltare una parola e a me, nel frattempo, sembra di vedere un vestito rosso familiare all’ingresso ma so che non è il suo. Arrivo ugualmente fin lì, scosto la tenda e mi ritrovo altrove. Sono nell’altra ala del Palazzo, quella meno decifrabile, quella più retro. Sto percorrendo un immenso, interminabile corridoio deserto. Soltanto calore opprimente e solitudine. Ora capisco quando Garcia Lorca scriveva “ero solo come un tunnel”. Opere d’arte di poco conto alle pareti. Un cavalierino di Trinidad e Tobago finito sul pavimento. Esiste la polvere, a Ginevra? In sala, osservi questa incomunicabilità nel comunicare, i ringraziamenti, le formule e le etichette che dicono una cosa ma hanno l’obiettivo di realizzarne un’altra. Fuori dalla sala, il deserto, gli oggetti anni Ottanta disseminati un po’ dappertutto: sale con il telefono a muro, cartelli del passato, elenchi telefonici. Il negozio di souvenir in cui, quantomeno, ho trovato una cartolina simpatica con un orso disegnato. Questo Palazzo appare più di un palazzo, confuso come un tunnel, un luogo rassegnato che trasmette rassegnazione a chi lo percorre (o forse è il contrario? O forse la sfiducia è un incendio e noi siamo il vento?), un gigante disumano circondato da un verde sofferente, non abituato a questo calore. Un luogo ibrido in un Paese ibrido che decide tutto collegialmente, in segreto. Questo corridoio non sembra finire mai. In fondo vedo una sagoma affacciarsi e poi ritrarsi. Forse era lei? No. Smettila. Provo ad aprire una finestra ma è bloccata. Sento delle grida lontane, in spagnolo, che mi riportano al reale.

È qui che riapro gli occhi. Il delegato cubano sta inveendo contro il Chair. Tra quest’ultimo che recita e noi che ascoltiamo non riesce proprio a costruirsi la fiducia. La sessione si chiude bruscamente, con un rinvio alla plenaria fissata per le sei del mattino. Ho un po’ di tempo per cercare di riprendere conoscenza. Mi trascino fuori con gli altri reduci: il mio amico Sébastien va a farsi un caffè. Lo saluto, gli dico che faccio due passi: voglio smaltire le recenti immagini che la mia mente ha partorito. Scendo le scale vicino al bagno degli uomini. O era quello delle donne? Non lo so, sono sovrappensiero. Lo siamo sempre tutti quando siamo dentro questo Palazzo. A cosa pensi, delegato italiano? All’articolo 11? A un paio di facce che non rivedrai più? Alle fishing gears, scomparse anche loro dal testo? A quel momento in cui sei stato felice l’anno scorso? Ai colleghi europei, alla passione per una mission, alla malinconia di questa fine, alla malinconia che è propria di ogni fine? A tutti questi modi diversi di impegnarsi insieme, a tutte le lingue diverse? A volte giri uno di questi mille angoli e trovi qualcuno che piange. Pressione, calore, intensità, questo Palazzo che trattiene e comprime. Questi danesi ci stanno mettendo tutto quello che hanno, capisci, ma è anche vero che ci sono sauditi dappertutto, e fa un caldo terribile. Ti avvicini e gli poggi una mano sulla spalla. Questo luogo è una specie di Overlook Hotel che materializza paure e debolezze, pensi mentre ritorni un momento al reale. Dove sono? Quanti piani ho sceso? Sono in un corridoio sotterraneo. C’è del calcestruzzo, una autoclave spenta. A terra, un adesivo con una croce bianca su sfondo rosso. Una ricola gialla. Forse è la strada per la caffetteria? Mi dico di sì, che forse è quella: la percorro perché voglio uscire, uscire da questo luogo incerto in cui sono finito da così tanto tempo, voglio fare tutto quello che serve per uscirne ma in fondo al corridoio non c’è nessuna caffetteria! Perché mi distraggo così tanto? Il delegato ceco mi ha detto che Kafka è tedesco ma io so che è nato a Praga. Era solo di lingua tedesca. Non so perché abbia detto questo. Forse mi sbaglio io? Vorrei essere io ceco per condividere qualcosa con Kafka. In fondo al corridoio ci sono, da un lato, un mucchio di carrelli di quelli della biblioteca, per trasportare i tomi. Non vedo mai un topo in questi sotterranei. Che sotterranei sono se non c’è un topo? A destra ecco una porta a vetri. Forse riesco a uscire! No. Non è una porta. È un quadro gigantesco che ne raffigura una. Posso scorgere l’alone della mia sagoma, una versione spixellata di un delegato europeo che ha perso l’orientamento. Sbuffo e provo a girare l’angolo. Non vedo finestre ma trovo una porta, c’è un piccolo ufficio di un qualche dipendente del Palazzo. Immagina cosa dev’essere venire ogni giorno a lavorare qui dentro, penso con orrore. Ma non riesco a non entrare: non c’è luce, ma qualcosa filtra dalle crepe dei muri e da non so dove. Quanto è spoglia questa stanza: una scrivania con un computer, un ventilatore con le ventole annerite, una mosca morta sul pavimento. Da un lato c’è un lavandino con un piccolo specchio. Questo doveva essere un bagno di servizio, un tempo, e ora ci hanno messo un tizio con due Master a leggere dei report e pensare a cosa fare il sabato sera a Ginevra. Apro il rubinetto. Non esce nulla. Che ora sarà? Mi passo lo stesso le mani sulla faccia e strofino come per pulirmi via tutto, il più possibile. Alla fine, di cosa possiamo essere certi? Tutto si riduce alla nostra percezione. Questa stanza è meno reale delle mie allucinazioni di prima? Perché? Mi guardo ancora nello specchio opaco. Si può lavorare tre anni per niente? Forse sì. E, anche se fosse, è valsa lo stesso la pena provare? Sì, penso di sì. Ricordo un pomeriggio in cui andai con mio padre a vederlo giocare a tennis. Avevo sette anni. Era il Gargano ma poteva essere la foresta di Katyn o Fuente Vaqueros o il Ring of Kerry. Non importa dove fosse: era Europa e, dunque, era casa nostra. Amavo il rumore della pallina sulla terra battuta. Quel giorno il suo avversario era decisamente più forte di lui. Mio padre lo fece sudare per bene, ma alla fine perse. Era nell’ordine delle cose, poteva accadere e lo sapeva: io mi dispiacevo ad ogni punto che perdeva, ma poi lo vedevo ricominciare ad ogni punto, senza frustrazione. Ogni tanto gli passavo da bere, e lui mi faceva l’occhiolino e sorrideva. Semplicemente felice di giocare e di avere suo figlio lì, insieme a lui. Al ritorno guidava velocissimo con la sua macchina sportiva: meno male che la mamma non c’era! Si sarebbe arrabbiata di brutto (ma si sarebbe anche divertita segretamente)! Mi ha guardato e mi ha detto “hai visto che bella partita?” Me lo ha insegnato bene, quel signore, cosa vuol dire saper perdere. È una delle poche cose importanti da sapere.  

Lo specchio mi ha distratto con la mia stessa immagine, distogliendomi da quest’ennesimo sovrappensiero. Canali che si sovrappongono. Vedo i miei contorni a malapena: è sporco, forse unto, forse qualcuno lo ha bruciato con un accendino. (Si può bruciare uno specchio?) Esco dal più triste ufficio del mondo e cerco di concentrarmi, dov’è la strada per la plenaria? Dove mi trovo?

Davanti a me ho un altro corridoio e, in fondo, una rampa di scale. Arrivo e salgo, e salgo, e salgo, e sono sempre più stanco ma voglio rivedere le prime luci dell’alba, da quanto tempo non le vedo, voglio ritrovare una finestra, eppure più salgo più sento caldo. Ancora questo calore. Questa forza invisibile che ci opprime e poi va via e poi invece ritorna in altra forma e ci sostiene. Ma rimarrà, da qualche parte, un segno di questi diversi tipi di calore? Quella malinconia che ci opprime e quell’umanità di europei che collaborano: resterà qualche segno di entrambi? Continuo a salire le scale ma trovo porte chiuse e un altro mini-cantiere. Scendo di qualche piano, mi serve un’altra rampa di scale, inciampo su un cavo, impreco. Poi sento qualcosa!

È una specie di brusio lontano, ma c’è, e prima non c’era. Me lo ripeto, mi sto avvicinando a qualcosa e mi muovi come un cieco, seguo il mio udito e finisco in una piccola sala riunioni. Dentro c’è un telefono a muro, un elenco telefonico. Non ti stupiresti di trovare un quotidiano degli anni Ottanta. Ma ti stai avvicinando in qualche modo, lo sai, ci stiamo avvicinando tutti noi europei a qualcosa, molto lentamente. Apro una minuscola porta (devo abbassarmi per passarci) e sbuco in una stanza elegante. Soffitti alti, arredi in legno. I bei tavoli sono pieni di briciole e rifiuti di un pasto recente. Plastiche monouso, cannucce, bottiglie, pacchetti di patatine. Deve essere la stanza dei SIDS, inondati dalla nostra plastica. Il brusio aumenta. Mi torna in mente la stanza europea, tutte le tracce di quel tipo buono di calore. Cicatrici informatiche, allucinazioni, connessioni, carte d’imbarco, tornare in hotel a notte fonda insieme, parlando del più e del meno. Cosa avrà voluto dire il delegato saudita? Perché il brasiliano è sempre così stronzo? O forse siamo noi gli stronzi? E se lo siamo entrambi? Non abbiamo altra scelta se non vivere cercando di capire il mistero di chi abbiamo vicino. Iran, Iraq, Irlanda, Israele. Giamaica, Giappone, Giordania, Kazakhstan.

Esco da questa sala. Come ci sono arrivato? Ora sono in un grande corridoio. Più ampio, più luminoso se non fosse ancora notte. E lì, poi, una figura in lontananza. La sto immaginando? Una volta una persona mi ha detto che, se avessimo raggiunto un accordo a Ginevra, avrebbe ballato sulla sedia. Io le ho detto che mi sarei addentrato nelle fontane. Sembra tanto tempo fa, sembra lontana la sua voce come sembra lontana Roma, questo incredibile teatro con milioni di comparse che accoglie tutti. Quella volta in cui hai oltrepassato una piccola chiesa e hai scoperto che dentro c’era l’impronta dei piedi di Cristo*, poi sei uscito e hai visto il sole abbassarsi sull’Appia Antica, miliardi di particelle di pulviscolo a vagare nell’aria controsole (per andare chissà dove? E a quale scopo?) e tu eri lì a guardare il mausoleo di Cecilia Metella, le grandi pietre millenarie, il silenzio eterno, incancellabile, che si estende come un buco nero e ti fa sentire per un attimo presente, vivo, eterno come la città che rende questo possibile.

La figura in lontananza alza un braccio. Sorride. È Sébastien? E se fosse il delegato del Kuwait? Ho la vista sfocata, mi sembra di essere in Sud Corea o forse in Canada, come si chiamava quella scultura a forma di ragno a Ottawa che poi ho ritrovato identica, indiscutibilmente lei, in un altro luogo del mondo? Non lo so, ma quello davanti a me è Sebastien! Forse rimarrà qualcosa a prescindere da questo testo. Forse dobbiamo solo continuare e magari si troverà un accordo ma, in ogni caso, mentre lo vedo avvicinarsi mi viene di nuovo da chiedermi, rimarrà qualcosa? Da qualche parte, di questi ragazzi europei che parlano insieme qualcosa resterà? Rimarrà qualche traccia anche di questo calore buono?

Forse sì, tra le centinaia di minute. Tra i report. Tra le intese silenziose. Tra le foto di gruppo e gli scontrini delle mense. Tra i badge e gli adattatori per le prese elettriche, le carte d’imbarco e i sandwich freddi. Tra le centinaia di ristoranti italiani a cui mi associano. Ah, Dio, il cornetto al gusto banana split. (Essere così intransigente sul cibo fa di me un italiano medio?) Troveremo, da qualche parte, nelle intersezioni dei discorsi degli altri, delle parti integranti di noi stessi, un segno di questo calore tutto intorno. Qualcosa che ha toccato tanti continenti senza cambiare e che, ora che finirà la plenaria e torneremo a galleggiare tra il reale e l’irreale nelle nostre capitali, con i taxi e i treni rimborsati, come sempre non so più se sia davvero accaduto.

Sébastien mi guarda incuriosito.

Dove eri finito? La plenaria sta per iniziare. Ma…

cosa hai fatto alla testa?

 

 

 

*si tratta della chiesa del Domine Quo Vadis, anche nota come Santa Maria in Palmis.

Knowing How to Lose (lost in thought)


 

The important thing is always to speak as if everything had to be transcribed.
That way one can sense how unfree we really are.

J.M.G. Le Clézio, Le procès-verbal (1963)

 

A slight headache, burning eyes, tingling feet. 4:20 a.m., August 15, 2025.

I sit in my seat and glance to my left. Iran, Iraq, Ireland, Israel.

Then to my right. Jamaica, Japan, Jordan, Kazakhstan.

Composed delegates, noisy delegates, bewildered delegates. To the left and to the right, four countries could not be more different. The Israeli deputies haven’t shown up. Sometimes, when my own seat was occupied by compatriots, I confess I sat there, in Tel Aviv’s chair, just to rest my laptop. Each time, the Iranian delegate would stare at me: I must admit I prefer being stared at by other countries.

How did I end up here? I ask myself, closing my eyes for a moment. But it’s 4:20 a.m. and that moment stretches out, spreads across my consciousness, and carries me elsewhere.

Images, sensations, smells flash before me.

First of all something seemingly intangible: heat. The flat heat of an endless August, an invisible ceiling pressing down on our heads. I walk along the tram line, weighed down by the melancholy of the recent sessions — South Korea cold and rainy, with its sea that felt somehow black, hostile, ready to swallow us all — that same melancholy seems to pollute this one too. Will this really be the last? I think, sheltering from the heat under a gigantic broken chair, in front of a gate and a pompous avenue. Could this be the tragic, real end of the plastic negotiations? A group shouts for Ocalan’s freedom, a man denounces the Afghan Taliban: desperate, useless cries, etched in memory like a stain on the back of the eye.

Like when you look at the sun for a second and its imprint, red as blood, lingers under your eyelids.

But even under the chair you suffocate, so I try to escape the heat by entering the tram, which departs immediately. Punctual to the second. Bright Horses by Nick Cave in the background as I watch empty August Geneva roll past, with its clockwork soul, measured and sadly precise.

If Rome was born from fratricide, what did Geneva spring from?

No one knows, but I’d say nothing nearly as striking. Suddenly the Saudi delegate sits beside me, thin white mustache-light glasses. Beneath his gray pinstripe suit he wears a t-shirt that says I’M CONFUSED. He smiles, but I see no teeth, and from his mouth a dark vortex opens. Terrified, I jump up, hit my head against an iron handle, but I don’t care and run to the back of the tram where a red curtain hangs. I push it aside and find myself inside the Palace.

The Palace seems to have a life of its own. It is gigantic, designed to make you lose yourself physically and mentally: the rooms out of order, corridors tangled, endless wasted space. Windows are either absent or enormous, pouring in kilos of sunlight. Outside, maybe three benches in the whole area, shade is rare, and if you try to move between buildings avoiding the labyrinth inside, you’re condemned to long journeys under the sun. But it’s not the logistics that unsettle. It’s the place itself: vast and oppressive. You can see lobbyists, Saudis, Russians, Iranians marching inexorably from afar down an enormous corridor, or bump into them suddenly in one of the narrow inner passages leading to the cafeteria or the European coordination room.

We are in Switzerland, which is, essentially, like being nowhere.

And this Palace makes you feel just that, out of time.

Back to my closed eyes. My head still throbs. I’m in the Palace, surrounded by delegates from every corner of the world. It’s time to negotiate. Men and women pretending not to understand each other, circling like electrons and leptons at CERN, colliding every now and then, right on schedule. Suddenly the session is interrupted, and clusters of particles from different Nations crowd together in one corner of the room (built, of course, with Qatari funds). Someone tries to snap a useless photo. The group disperses, many nodding without having caught a word, and meanwhile I think I glimpse a familiar red dress at the entrance, but I know it’s not hers. I go there anyway, pull aside the curtain, and I’m elsewhere.

I’m in the other wing of the Palace, the harder one to decipher, the more hidden side. I walk an immense, interminable, empty corridor. Now I understand when García Lorca wrote “I was alone as a tunnel.” Nothing but oppressive heat and solitude. Mediocre works of art on the walls. A tiny knight from Trinidad and Tobago fallen to the floor. Does dust even exist in Geneva?

Inside the hall you watch the incomprehensibility of communication: thanks, formulas, etiquette that say one thing but aim for another. Outside the hall, desert. 1980s relics scattered everywhere: rooms with wall phones, outdated signs, phone books. A souvenir shop where, at least, I found a postcard with a funny bear. This Palace is more than a palace, a resigned place that transmits resignation to those who walk it (or is it the opposite? Is distrust a fire and are we the wind?), an inhuman giant surrounded by suffering greenery, unaccustomed to this heat. A hybrid place in a hybrid country that decides everything collegially, in secret. The corridor seems endless. At the end a silhouette appears, then vanishes. Could it be her? No. Stop it. I try to open a window: blocked. I hear distant cries, in Spanish, pulling me back to reality.

I open my eyes again. The Cuban delegate is shouting at the Chair. Between his acting and our listening, trust never builds. The session closes abruptly, postponed to the plenary at 6 a.m. I have a bit of time to recover. I drag myself out with the other survivors: my friend Sébastien goes for coffee. I wave him off, say I’ll take a walk: I want to shed the images my mind just conjured. Down the stairs by the men’s bathroom. Or was it the women’s? I don’t know, I’m lost in thought. We always are lost in thought, in this Palace. What do you think about, Italian delegate? Article 11? A couple of faces you’ll never see again? The fishing gears, gone from the text? That moment you were happy last year? The European colleagues, the passion for a mission, the melancholy of this ending, the melancholy that belongs to every ending? All the different ways of working together, all the different languages? Sometimes you turn one of the thousand corners and find someone crying. Pressure, heat, intensity, this Palace that holds and compresses.

The Danes are giving everything they’ve got, you understand, but it’s also true there are Saudis everywhere, and the heat is unbearable. You approach and place a hand on their shoulder. This place is a kind of Overlook Hotel, materializing fears and weaknesses, you think as you drift back to reality. Where am I? How many floors have I gone down? I’m in an underground corridor. Concrete, a silent autoclave. On the floor, a sticker with a white cross on red. A yellow Ricola. Maybe the way to the cafeteria? I tell myself yes, maybe it is: I follow it because I want to get out, out of this uncertain place I’ve been stuck in for so long, I want to do whatever it takes to get out, but at the end of the corridor there’s no cafeteria!

Why am I so distracted? The Czech delegate told me Kafka was German, but I know he was born in Prague. Just wrote in German. Why did he say that? Maybe I’m the one mistaken? I wish I were Czech, to share something with Kafka. At the end of the corridor, on one side, a pile of library carts for hauling tomes. Never a rat in these basements. What kind of basements have no rats? To the right, a glass door. Maybe I can get out! No. Not a door. A giant painting of one. I see the faint halo of my silhouette, a pixelated version of a European delegate who’s lost his bearings. I sigh and turn the corner. No windows, but a door: a small office, some employee’s workplace. I shudder imagining what it must be like, coming here every day.

I can’t help but enter: no lights, but something filters in from cracks in the wall. The room is bare: a desk with a computer, a fan with blackened blades. A dead fly on the floor. A sink with a small mirror. Once a service bathroom, now a man with two Master’s degrees sits here reading reports and wondering what to do on Saturday night in Geneva. I open the tap. Nothing. What time is it? I still rub my hands over my face, as if to wash away everything. In the end, what can we be sure of? Everything reduces to perception. Is this room less real than my earlier hallucinations? Why?

I look into the opaque mirror again. Can you work three years for nothing? Maybe yes. And if so, was it still worth trying? Yes, I think so. I remember one afternoon when I went with my father to watch him play tennis. I was seven. It was Gargano peninsula, but it could have been the Katyn forest, Fuente Vaqueros, or the Ring of Kerry. It didn’t matter where: it was Europe, and thus, home. I loved the sound of the ball on clay. That day his opponent was much stronger. My father made him sweat, but in the end he lost. That was the order of things, it could happen and he knew it: I grieved at each point he lost, but then I saw him start again at every point, without frustration. Sometimes I handed him water, and he winked and smiled. Simply happy to play, and to have his son there with him. On the way back he drove fast in his sports car: thank God Mom wasn’t there! She would have been furious (though secretly delighted). He looked at me and said, “Did you see what a great match?” That man taught me well what it means to know how to lose. It’s one of the few important things to know.

The mirror distracts me with my own image, pulling me away from yet another thought spiral. Overlapping channels. I barely see my outline: dirty, maybe greasy, maybe burned with a lighter. (Can you burn a mirror?) I leave the saddest office in the world and try to focus. Where’s the way to the plenary? Where am I?

Ahead, another corridor, and at the end, a staircase. I climb, and climb, and climb, ever more exhausted, but I want to see dawn again, how long has it been since I’ve seen it, I want to find a window, yet the higher I climb the hotter it gets. Always this heat. This invisible force that oppresses us, then disappears, then returns in another form and sustains us. But will there remain, somewhere, a trace of these different kinds of heat? The melancholy that oppresses us, and the humanity of Europeans working together: will there remain a trace of both?

I keep climbing but find closed doors, another small construction site. I descend a few floors, needing another staircase, trip on a cable, curse. Then I hear something! A kind of distant murmur, but it’s there, and it wasn’t before. I tell myself again: I’m approaching something. I move like a blind man, following my hearing, and end up in a small meeting room. Inside, a wall phone, a phone book. You wouldn’t be surprised to find a newspaper from the 1980s. But you’re getting closer somehow, you know it, we Europeans are all getting closer, slowly.

I open a tiny door (have to crouch to pass through) and emerge into an elegant room. High ceilings, wooden furniture. Fine tables littered with crumbs and scraps of a recent meal. Single-use plastics, straws, bottles, chip bags. It must be the SIDS room, even here flooded with our plastic. The murmur grows. I remember the European room, all the traces of that good kind of heat. Digital scars, hallucinations, connections, boarding passes, late-night walks back to hotels together, chatting idly. What did the Saudi delegate mean? Why is the Brazilian always such a jerk? Or maybe we are the jerks? Or maybe both? We have no choice but to live trying to understand the mystery of those beside us. Iran, Iraq, Ireland, Israel. Jamaica, Japan, Jordan, Kazakhstan.

I leave the room. How did I get here? Now I’m in a wide corridor, brighter, though still night. And there, I see a figure in the distance. Am I imagining it? Once, someone told me that if we reached an agreement in Geneva, she’d dance on the chair. I told her I’d wade into the fountains. It seems we’ll have to reschedule our celebrations. Seems long ago, their voice far away, as distant as Rome, that incredible theater of millions of extras welcoming everyone. That time you passed a small church and discovered inside the imprint of Christ’s feet*, then stepped out and saw the sun sinking on the Appia Antica, billions of dust particles wandering in backlight (going who knows where? And for what purpose?) and you stood there looking at the Mausoleum of Cecilia Metella, the great millennial stones, the eternal, unerasable silence stretching like a black hole, making you feel, for a moment, present, alive, eternal like this city that can’t be visited but just, somehow, lived.

The figure in the distance raises an arm. Smiles. Is it Sébastien? Or the Kuwaiti delegate? My vision is blurred, I feel as if I were in South Korea, or perhaps in Canada, what was the name of that spider sculpture in Ottawa, which I then found again, unmistakably the same, elsewhere in the world almost a year after? I don’t know, but the one ahead is Sébastien! Maybe something will remain, regardless of this Treaty. Maybe we just have to keep going and maybe an agreement will be found but, in any case, as I see him approach I ask myself again: Will something remain? Somewhere, of these young Europeans speaking together, will anything remain? Will there remain some trace of this good warmth?

Perhaps yes, among the hundreds of minutes. Among the reports. Among the silent agreements and the night walks. Among the group photos and cafeteria receipts. Among the badges and plug adapters, boarding passes and cold sandwiches. Among the hundreds of Italian restaurants they associate me with. Ah, God, the banana-split ice-cream. (Does being so inflexible about food make me a stereotypical Italian?) We will find, somewhere, in the intersections of others’ speeches, integral parts of ourselves, a trace of this warmth all around. The way that a Swedish has to be warm, the way that a Southern European can have. We will collect and take advantage from all of these different types of warmth. Something that touched so many continents without changing and that, now that the plenary ends and we return to float (again) between real and unreal in our capitals, with reimbursed taxis and trains, as always I no longer know if it ever truly happened.

Sébastien looks at me, curious.

“Where did you disappear to? The plenary is about to begin.

But wait…

what happened to your head?”

-----------------------------------------------------------------------------------------------------

*The church of Domine Quo Vadis, also known as Santa Maria in Palmis.

 

disertare

trovare le parole per arrendersi alla vita  restituirla così com'è  abolirla dal domani  incontrare una donna in aeroporto  ricevere un ...