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Saturday, May 5, 2012

Qualcosa di più forte

Jeanee aveva un diario, un diario su cui scriveva tutto, tutto di sè. In questa raccolta di fogli c'era scritto cosa le piaceva, cosa desiderava, quello che le sarebbe piaciuto divenire un giorno, c'era disegnata la forma dei suoi sogni e delineati, con tratti ben marcati, i contorni dei suoi mostri; in questo diario parlava con passione delle sue passioni, di quello che la faceva rabbrividire nel bene e nel male, delle cose che amava e di quelle che odiava con tutto il cuore; si potrebbe dire, forse, che nel diario c'era scritta lei.
    Un bel giorno (si fa per dire) l'anima di Jeanee -si racconta fosse per un feroce litigio- decise di andarsene, non prima però di aver preso il diario dal terzo cassetto della scrivania (era proprio ìi che Jeanee lo custodiva); di conseguenza la ragazza si ritrovò senz'anima e, come se non bastasse, senza il suo prezioso vademecum.
Non ricordava più tutto quello per cui provava gusto, tutto ciò che le piaceva e cosa la faceva emozionare; non aveva più memoria di quali fossero mai stati i suoi desideri e si ritrovava, dunque, a non desiderare proprio nulla. La cosa strana e poco logica è che le erano rimaste però nitide nella testa le pagine che parlavano delle sue paure, del veleno che aveva in corpo, tutto ciò che sarebbe stato meglio non ricordare; quelle pagine, che difatti Jeanee non rileggeva mai quando aveva ancora l'anima, tutte quelle pagine era come se fossero virtualmente sfogliate di fronte ai suoi occhi grandi di continuo e le parole più brutte sembravano sottolineate. Per quanto si sforzasse di ricordare tutto il resto, non le riusciva affatto e i continui tentativi falliti avevano il sapore della rassegnazione.
Non poteva neanche pensare di chiedere a qualcuno cosa vi fosse scritto sul diario proprio perchè si trattava di un diario segreto, che non aveva mai fatto leggere a nessuno e vi erano scritti, per l'appunto, segreti di lei, cose che nessuno sapeva; imparava così una lezione in agrodolce: nessuno può aiutarti a ricordare un segreto.
      C'era un piccolo particolare però; c'era un ragazzo, Jackie, che lei probabilmente non ricordava più, una comparsa del suo diario che per qualche motivo era presente in più di qualche pagina; quando lei non era a casa, Jackie si arrampicava sul grande albero blu che era di fronte alla finestra e da lì sgusciava nella cameretta per mettere le mani sul diario. Lo aveva letto un sacco di volte e non solo per scoprire se vi fosse scritto qualcosa di lui; o meglio, quella era più o meno la ragione per cui aveva iniziato a farlo, ma dopo ci aveva preso gusto; gli piaceva scoprire continue cose su Jeanee e aveva una capacità impressionante di ricordarle tutte, con un'attenzione spasmodica per i dettagli. La osservava da un osservatorio segreto e privilegiato, la leggeva e non smetteva mai di guardarla. Ogni volta che per qualche ragione lei non era in casa Jackie entrava di soppiatto e rileggeva tutto, pagina per pagina. Jeanee ovviamente non ne sapeva niente e forse non lo avrebbe dovuto mai sapere.
     Accadde però che quando Jackie, aprendo quel cassetto non trovò il diario, reagì in un modo che lui stesso non si sarebbe mai aspettato; ebbe un attacco di panico e cominciò a urlare così forte che in pochi secondi si trovò di fronte la sua proprietaria, che stavolta non era uscita ma era al piano di sotto seduta sul divano, a guardare il fuoco spento del caminetto.
    Jeanee lo guardò e quasi lo ricordò.
Lui senza nessuna vergogna le chiese: dov'è il diario?
Jeanee: non c'è nessun diario, l'anima se n'è andata portandomelo via; e tu comunque non dovresti esserne a conoscenza. Io non ricordo nulla di quello che c'era scritto.
Jackie: io si, ricordo ogni singola parola.
Gli occhi di Jeanee a questa risposta si colorarono di una sfumatura di semiluce.
I due ragazzi si misero a sedere e, con l'aiuto di Jackie, Jeanee prese a riscrivere il suo diario.
Non era però un banale dettato, tutto ciò che lui le ricordava passava per la sua pelle, la cambiava per qualche secondo e poi finiva sul diario.
    Dopo un pò tempo avevano riscritto tutto quanto. Più tardi, anche l'anima, decise di tornare.

Giulio
Mille milioni di mondi

Dunque la fantasia, la fantasia resuscita i tempi morti, partorisce l'azione. Grazie, o per colpa di questa, a seconda di chi sei e sette, neanche una goccia di trascorso finirà morto nella battaglia continua dei giorni. Quindi la fantasia salvaguarda la cosa più preziosa e forse unica che abbiamo al di fuori degli squallidi diritti di proprietà, che è veramente nostra quanto non è vero il creatore? Già, direi.
Essa peraltro rimanendo in tema di creazione, e anzi direi rimanendo nel termine addirittura, CREA-AZIONE, è genitrice di mille milioni di mondi a parte quello che ci è dato dalla circostanza. Bisognerebbe inchiodarla ad un muro e ringraziarla di non farsi vedere mai, già con lei si, si dovrebbe fare. Quindi, per finirla e sputare una sentenza troppo grossa e non ingoiarla, come si fa col nocciolo di pesca-noce, lei salva ciò che ci appartiene di più, gli dà un valore, una continua "siringa vitale" sul lettino del nonsochè, lo condanna a vita e dunque condanna a vita noi.

Giulio

Friday, May 4, 2012


Endorphine 
(è solo una parentesi)

Solo un altro pò papà poi cambio strada. Si lo so che è una di quelle cose piacevoli che a lungo andare non porta niente di buono, si lo so. Anche la Ero era così, se ho giocato con lei solo finchè ho voluto non credi potrei farlo anche ora? Non ne capisci il significato. Tirare la corda per te non ha senso, credi che stavolta non cambierò strada in tempo? Beh non mi hai mai conosciuto più di tanto. Io sono il primo a  decidere.

(Anche Jackie diceva così e poi hai visto la fine che ha fatto; credimi figlio mio in certi vortici non ci devi proprio entrare se non ne vuoi essere risucchiato, da certi tunnel non ci sono uscite se non quella finale, che fa un salto nel vuoto di mille metri, con i rapaci già lì ad aspettare il tuo arrivo al suolo.)

Lo so papà, non sono sicuro di riuscire a decidere stavolta, non ne sono sicuro neanche io, lo ammetto;  ma il punto è proprio lì. Tu lo sai quanto ha significato e quanto significhi il rischio nella mia vita. Io ho bisogno, di rischiare. Non sono mai stato certo di nulla a dire il vero, ora te lo posso dire, ma questa è una delle poche cose che mi fanno sentire i brividi dell’emozione forte. La paura, la paura e la sfida. A parte l’amore, credo, sono queste le due cose che sono capaci di stimolarmi l’endorfina. La tua preoccupazione è giustificata ma credimi, le cose che ti devono preoccupare di me sono ben diverse da quelle che dovrebbero preoccupare rispetto ad un figlio qualsiasi e non mi chiedere perché. Sarà quando non mi vedrai più azzardare, quando non mi sentirai sparare cannonate  contro il cielo e chi vi si nasconde dietro, quando mi vedrai fare le stesse cose dei figli dei tuoi amici e  non mi vedrai più andare a mille all’ora sul filo di spago sospeso nell’aria, che ti potrai davvero preoccupare.
 Ora io vado, stai bene papà, ma non ti fossilizzare su quel cazzo di divano questo fine settimana; ti do una dritta, la mamma mi ha confidato che le piacerebbe andare al parco naturale.

Giulio Caparrotti

Roma , fine 2005 (forse inizio 6)

Ricordo che faticavo a tenere la conta degli autobus e non avevo ancora capito che impararli tutti non serviva a nulla. Non conoscevo nessuno e la sera guardavo la luna e la tv – spesso non in quest’ordine – in casa con altri 4 estranei in affitto ovviamente in nero perché la padrona poverina avevo solo altri 4 appartamenti con cui tirare a campare e chissà se alla fine ce l'ha fatta a sopravvivere. Gli altri ragazzi erano un misto tra pirati somali e cecchini russi. C'è stato di tutto lì dentro. Dall'erasmus danese che stoico ha resistito sei mesi al genovese vessato che ha battuto la ritirata in albergo ad aprile.
Ricordo il Pantheon e quei giapponesi che mi fermavano per chiedermi chi fosse quel MAGRIPPA scritto lì sopra e vagli a spiegare che quella era solo l’iniziale. 
Ad ogni passo trovavo un motivo per non andarmene e intanto però avrei forse voluto tornarmene a casa perché alla fine chi non l’ha pensato una volta almeno anzi cento? Perché se non ti senti fuori posto almeno una volta al giorno allora non sei emigrato per davvero, magari sei solo un pendolare o un turista.  

(marco)

Wednesday, May 2, 2012

Frammenti di discorsi in autobus

 Friend market
il vecchio (in tuta ed al telefono) : potremmo incontrarci; a me serve  una persona con cui parlare dei problemi che giornalmente sorgono,sa con cui passare del tempo, non cerco mica la luna; si, si, infatti.
dall'altra parte: (non lo so perchè, ripeto, era una conversazione telefonica)
il vecchio (sempre in tuta): si, potremmo vederci in una zona comoda anche per lei,non so, dipende da dove abita.
dall'altra parte: (non lo so ma dopo si capisce)
il vecchio (in stracci):  No, non ce l'ho; e no perchè sa a questa età alcune volte ritirano la patente, guidare è un problema; no, no, non ce l'ho.
dall'altra parte: (oso solo immaginare)
il vecchio (in un usatissimo e logoro vestito di rassegnazione): D'accordo, è stato un piacere avere parlato con lei signora, buona giornata.


Gaffe
la ragazza (quasi poggiata su di me, rivolta all'amico e piena di entusiasmo, indicando la vetrina della "Bakery House"): ehi, ti voglio portare lì un giorno di questi, un sacco di dolci GRASSISSIMI
l'amico (con l'espressione comprensiva di un amico e con fare di chi mente): ma dai smettila, tu non sei grassa (lei lo è un pò, e nei punti che non le piacciono,  in realtà)
la ragazza: già, rimane il fatto che lì ci sono dei dolci grassissimi, è quello che intendevo (con molto meno entusiasmo stavolta).


Giulio Caparrotti

volevo parlarti di piero e vittoria / infezione

un film degli anni sessanta alain delon si chiamava piero monica vitti? vittoria c’erano le albe già i tramonti c’era mio padre in c...