Lavoro per preparare una riunione. Scrivo un appunto per un uomo politico. Organizzo un viaggio intercontinentale. Chiamo un tecnico per risolvere un problema idraulico in casa. Porto il cane a fare una passeggiata. Ascolto musica. Rido con i miei amici. Dormo. Parlo di letteratura con altri appassionati. Mi commuovo guardando un cielo. Vado a fare la spesa al supermercato. Sono fermo ad un semaforo rosso.
Questi sono alcuni dei momenti che ricordo in cui quel pensiero sale in superficie. Emerge e mi trafigge come un chiodo. Cerco rimedio nel cibo. In relazioni occasionali. Nella benedetta letteratura. Nella musica. Nei viaggi. Principalmente, lo cerco nelle mie stesse fibre muscolari. Nelle mie mani e nel mio cuore.
Non ci sono suoni tra le mie pareti e, tra le crepe del pavimento, potrebbe essersi infilato chissà cosa. Sento ancora qualcosa, però. Mi sembra quasi di vederlo, latente tra le prese elettriche. Tra il rumore delle posate che asciugo. Tra le voci dei passanti che si arrampicano alla finestra. Tra i milioni di esseri umani che scruto mentre guardo a est. Come quando, dopo averti amputato un arto ancora lo senti muovere, io ancora sento qualcosa, disperso nel rumore bianco ma chiarissimo. L'impronta del nostro dialogo. Quella traccia incancellabile rimasta sospesa nell'aria, che non può e non vuole andare via.
È crepa che si fa voragine, e nuotando nell'aria si è fatto quasi ottobre /